Scappellotti bocconiani
Con la consueta precisione, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, in un editoriale sul Corriere della Sera, identificano la distanza che corre tra le promesse del governo di Matteo Renzi e le effettive realizzazioni. I due punti critici sono sempre gli stessi: l’assenza di una riforma del mercato del lavoro che consenta di trasferire i lavoratori dalle imprese decotte a quelle con prospettive di crescita senza ingessarli nei rapporti di lavoro preesistenti (attraverso la cassa integrazione) e l’effettiva capacità di realizzare tagli nella spesa pubblica per finanziare la riduzione del costo del lavoro più volte annunciata, ma di cui mancano le coperture finanziarie.
11 AGO 20

Con la consueta precisione, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, in un editoriale sul Corriere della Sera, identificano la distanza che corre tra le promesse del governo di Matteo Renzi e le effettive realizzazioni. I due punti critici sono sempre gli stessi: l’assenza di una riforma del mercato del lavoro che consenta di trasferire i lavoratori dalle imprese decotte a quelle con prospettive di crescita senza ingessarli nei rapporti di lavoro preesistenti (attraverso la cassa integrazione) e l’effettiva capacità di realizzare tagli nella spesa pubblica per finanziare la riduzione del costo del lavoro più volte annunciata, ma di cui mancano le coperture finanziarie. E’ tutto vero, e con un po’ di malizia si possono aggiungere altri capitoli sui quali si può misurare la differenza tra impegni assunti e iniziative concrete per realizzarli, a cominciare dalla questione istituzionale accantonata a quella delle riforme dell’amministrazione (compresa quella della giustizia?) sulle quali aleggia la più assoluta incertezza.
Se ne deve dedurre che le sfide lanciate dal premier sono solo rodomontesche, che il percorso riformatore declamato è destinato ad arrestarsi dopo le elezioni, quando peraltro è prevedibile la ripresa della guerriglia interna al Partito democratico, sospesa parzialmente solo per l’imminenza del voto? Forse Renzi non si rende conto pienamente delle conseguenze naturali delle sue promesse e dei suoi atteggiamenti di autosufficienza. Se non saprà andare oltre la manovra degli 80 euro, intervenendo sui nodi strutturali della debolezza competitiva del sistema produttivo e di quello pubblico, difficilmente gli sarà consentito un “galleggiamento” che lui stesso ha negato al predecessore Enrico Letta.
Se ne deve dedurre che le sfide lanciate dal premier sono solo rodomontesche, che il percorso riformatore declamato è destinato ad arrestarsi dopo le elezioni, quando peraltro è prevedibile la ripresa della guerriglia interna al Partito democratico, sospesa parzialmente solo per l’imminenza del voto? Forse Renzi non si rende conto pienamente delle conseguenze naturali delle sue promesse e dei suoi atteggiamenti di autosufficienza. Se non saprà andare oltre la manovra degli 80 euro, intervenendo sui nodi strutturali della debolezza competitiva del sistema produttivo e di quello pubblico, difficilmente gli sarà consentito un “galleggiamento” che lui stesso ha negato al predecessore Enrico Letta.
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Questo significa che molte cose vanno precisate, dalla natura effettiva delle richieste da avanzare in sede europea alla tempistica e alla dimensione dei risparmi sulla Pubblica amministrazione (che non possono prescindere dai grandi aggregati della previdenza, dai servizi di massa come scuole e sanità, dalle retribuzioni degli statali). E’ giusto rammentare con determinazione al premier queste condizioni reali per la realizzazione effettiva delle sue promesse programmatiche. E’ forse un po’ presto per far prevalere la delusione per quel che non si è fatto o si è fatto malamente nella speranza che le necessità stringenti impongano una tabella di marcia effettivamente riformistica sulla quale cercare il consenso parlamentare anche attraverso una battaglia interna al Pd. Naturalmente non c’è nessuna ragione per fare un investimento di fiducia in bianco sulla capacità del premier di affrontare con successo la fase critica che seguirà il voto europeo. Però è ragionevole pensare che Renzi si renda conto che, se non saprà dare un seguito alle sue promesse, non avrà una seconda occasione.